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I monaci di un monastero dell’Italia settentrionale del Seicento assistono impotenti alla morte del loro confratello Niccolò, portato via da un “carbonchio” che si incide sotto l’occhio sinistro e porta con sé una febbre pestilenziale. La febbre genera mostri. Niccolò parla di una moltitudine informe di demoni che si sono introdotti nella sua camera di malato, ma nessuno oltre a lui li ha visti. Più della morte, però, Niccolò teme i confratelli invidiosi, e la prova che più lo tormenta è affrontare chimere immonde, miraggi. Ottenuta l’estrema unzione, quella marmaglia spaventosa scompare, il corpo di Niccolò diventa freddo: e l’11 febbraio, ad appena 19 anni, lascia questa terra. Dopo tanta angoscia, la seconda parte del romanzo è, anche per il lettore, pura felicità. Ricordi infantili; una lettera del padre che racconta, per una volta, qualcosa del mondo di fuori; il vestito per la festa della sorella minore Isidora; la visita a uno zio capitano nella guarnigione di Casalmaggiore; l’arcobaleno; una visione delle stelle che pare uscita dalle Operette morali. Prefazione di Silvia De Laude.
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