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C'è un istante preciso, nel tumulto di una guerra, in cui il confine tra il bene e il male smette di essere una linea netta e diventa una nebbia fitta. È in quel vuoto che nascono i giganti e i mostri. Laura Montanari, la protagonista di queste pagine, è entrambi.
Scrivere la storia della "Dea dell'Oro" non significa solo raccontare l'ascesa di un'imprenditrice spietata nell'Italia del dopoguerra. Significa scavare nelle fondamenta stesse del nostro presente. Ogni ponte che attraversiamo, ogni palazzo che ammiriamo nelle nostre città ricostruite, porta con sé una domanda silenziosa: a quale prezzo è stato eretto?
Questo romanzo è un viaggio attraverso le macerie: quelle fisiche di Villa Speranza e quelle morali di un'intera generazione. Laura Fabbri è lo specchio di un'Italia che ha avuto fretta di dimenticare il sangue per abbracciare il cemento, che ha scambiato i vecchi ideali con il luccichio del miracolo economico. Attraverso i suoi occhi verdi e glaciali, vediamo scorrere i volti di chi ha cercato di resistere, come Ettore, e di chi si è lasciato divorare, come Dario.
Ma, sopra ogni cosa, questa è una tragedia sulla solitudine del potere. È il resoconto di una donna che ha imparato a trasformare tutto in merce di scambio - l'amore, il corpo, la politica, persino il dolore - scoprendo solo alla fine che il capitale più prezioso è quello che non si può accumulare in banca.
Il lettore non troverà in queste pagine una redenzione facile. Non c'è spazio per il perdono quando il debito è di sangue. Troverà invece la cruda verità di un'epoca in cui l'oro era l'unica religione rimasta e in cui la "Rinascita" di una nazione è passata attraverso il sacrificio dell'innocenza.
Sfogliando questi capitoli, vi chiederete spesso se Laura sia un demone o una sopravvissuta. La risposta, probabilmente, giace sepolta sotto il cemento di Milano o tra i filari di seta di una Torino occupata. Perché la storia, come Laura ben sapeva, non la scrivono i giusti, ma chi resta in piedi quando la polvere si posa.
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