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Nel tentativo di ricostruire le vicende di Afaf, artista irachena scomparsa a Parigi, Alia Mamduh compone un romanzo polifonico, dove memoria, esilio e desiderio si intrecciano attorno alla protagonista e al quartiere bagdadino che ospita “il Cubo”: una casa ideale concepita dall’architetto Maʿadh come rifugio per chi ricerca una bellezza austera e radicale, uno spazio mentale e metafisico. Questa visione utopica si trasforma in una metafora profonda che pervade l’intero romanzo, diventando la struttura stessa del testo e la lente cubista con cui si frantumano volti, identità, e ricordi, alla ricerca di una verità interiore e collettiva. Il romanzo è anche una mappa emotiva e architettonica della Baghdad negli anni dell’ascesa di Saddam e dell’occupazione statunitense: una città in lenta decomposizione, attraversata da guerre e crolli morali. Visionario e intimamente politico, Il Cubo è una riflessione sul sé frantumato, sull’esilio come condizione dell’anima, e sull’arte come spazio di resistenza e trasformazione. Come un autoritratto cubista, il testo non mostra un volto, ma la sua esplosione: e da questa deflagrazione può nascere, forse, una nuova idea di bellezza e libertà.
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